Scrivere un libro di viaggio


Dai testi antichi a quelli contemporanei, la letteratura di viaggio si fonda su una prova iniziatica che mette in crisi e ridefinisce l’identità: il vero protagonista non è mai un luogo, ma il viaggio interiore.


La prima cosa da sottolineare è che non è un semplice resoconto di luoghi visitati, ma è un viaggio interiore attraverso il mondo.

La letteratura di viaggio è un genere antico che oggi attira sempre più lettori. In particolare nel self-publishing si assiste a una crescita costante di testi a tema viaggio. 

I social network hanno infatti favorito la nascita di una figura relativamente recente, quella del travel blogger: un creatore di contenuti che scrive, fotografa, realizza video e racconta l’esperienza del viaggio in tempo reale. Molti sono riusciti a trasformare questa attività in un lavoro e, a un certo punto, scelgono di scrivere un libro.

Non basta però raccogliere post, articoli o contenuti nati per i social in un volume; cambiano le regole, la struttura, il ritmo e soprattutto l’impianto narrativo.

Per progettare un libro di viaggio in modo consapevole è quindi fondamentale conoscere la storia di questo genere letterario per individuarne le caratteristiche universali e comprenderne le specificità.

 

Storia della letteratura di viaggio

Scrivere di viaggio è un istinto antichissimo: l’essere umano condivide racconti delle proprie esperienze sin da quando ha cominciato a calpestare la Terra. Le pitture rupestri ne sono una testimonianza. Raccontare il viaggio, che fosse una caccia, uno spostamento, un incontro con l’ignoto, non era solo un atto celebrativo, ma aveva una funzione più ampia: trasmettere conoscenza ed esperienza, orientare chi sarebbe venuto dopo, lasciare tracce utili alla sopravvivenza del gruppo. Erano memoria

 

Più tardi con Erodoto, il racconto di viaggio assume una forma più strutturata e consapevole. Ne Le Storie (circa 440 a.C.), considerate da molti il primo vero libro di viaggio della storia, l’osservazione di luoghi lontani si intreccia al racconto di tradizioni, usi, popoli e conflitti politici.
Qui il viaggio non è semplice descrizione dell’altrove, ma tentativo di comprendere il mondo attraverso l’esperienza diretta.

 

Nei secoli successivi, mercanti, esploratori e naturalisti come Marco Polo, Cristoforo Colombo, Henry Morton Stanley e Charles Darwin affidarono alla scrittura diari, relazioni e dispacci che documentavano viaggi, incontri e scoperte in territori allora considerati remoti o sconosciuti. Questi testi non erano pensati come opere letterarie in senso stretto, ma come strumenti di testimonianza, conoscenza e trasmissione del sapere: il viaggio diventava un mezzo per trasmettere conoscenza di luoghi lontani.

 

Nel Novecento la scrittura di viaggio si consolida come genere letterario autonomo. Patrick Leigh Fermor attraversa l’Europa a piedi negli anni Trenta, dormendo in fienili e monasteri, annotando incontri, paesaggi e stratificazioni culturali che diventeranno, decenni dopo, materia letteraria. Wilfred Thesiger vive per anni tra le popolazioni del deserto arabico, raccontando un mondo destinato a scomparire sotto il peso della modernità.
In questi autori il viaggio non è più solo spostamento geografico, ma immersione lenta, esperienza trasformativa, sguardo che osserva e riflette.


Nel XXI secolo il genere conosce una nuova fioritura e si apre a forme e sensibilità diverse. Paul Theroux utilizza il viaggio come strumento critico per interrogare politica, società e illusioni occidentali. Bill Bryson sceglie invece l’ironia e l’autoironia per raccontare l’attrito quotidiano con l’altrove. Tiziano Terzani, allontanandosi progressivamente dal reportage tradizionale, trasforma il viaggio in una ricerca esistenziale, fino a mettere in discussione il senso stesso del muoversi nel mondo.
Autori come Paolo Rumiz e Claudio Magris spingono ulteriormente il genere verso il confine con il saggio, facendo del viaggio una chiave per leggere la storia, l’identità e la memoria europea.

 

Il protagonista non è il luogo

Un punto fermo, valido per la narrativa come per la saggistica, ieri come oggi, è questo: il luogo non è mai il vero protagonista. Il protagonista è lo sguardo che cambia.
Il viaggio entra nella letteratura come esperienza di alterità. Non si viaggia per confermare ciò che si è, ma per metterlo in crisi: per misurarsi con l’altro, con l’ignoto, e tornare trasformati.

In questa prospettiva, anche se non nasce con questo intento, l’Odissea può essere letta come una forma originaria di narrativa di viaggio. Non è un'opera pensata per descrivere luoghi né per testimoniare un’esperienza autobiografica. Tuttavia, il viaggio ne costituisce la struttura portante, fatta di spostamenti, incontri e prove che trasformano il protagonista

Nell’Odissea il viaggio è soprattutto metafora di conoscenza e ritorno a sé: un modello narrativo che ha influenzato tutta la letteratura successiva, dai romanzi di formazione, ai memoir, fino ai libri di viaggio contemporanei, un’eredità che mostra come il viaggio, prima ancora che geografico, sia da sempre un percorso interiore.

 

Come scrivere un libro di viaggio

Il racconto di viaggio è un genere relativamente libero: consente di scegliere la voce narrante e la focalizzazione, di alternare dialoghi, narrazione e descrizioni, di usare metafore, flashback e persino ricostruzioni di fantasia. Tuttavia, per costruire un libro che funzioni, è necessario osservare alcune regole fondamentali.

Un libro di viaggio è destinato a fallire quando c’è un eccesso di io e una carenza di mondo. Funziona, invece, quando riesce a trasformare un’esperienza individuale in un’esperienza universale.

Un buon libro non dice: “Guarda dove sono stato e quante cose ho fatto”, ma apre nuovi punti di vista, nuovi interrogativi, nuove possibilità.

Prima di iniziare a scrivere è importante porsi le domande giuste:

  • Perché questo viaggio merita di essere raccontato?

  • Qual è il messaggio che voglio lasciare al lettore?

 

Dal diario, al blog al libro

La scrittura per il blog nasce nell’immediatezza: accompagna il viaggio mentre accade, risponde al tempo breve della pubblicazione online e al dialogo costante con il lettore. È una forma efficace di racconto, ma funziona per accumulo e per frammenti.
Un libro, al contrario, richiede distanza, coerenza e una visione d’insieme. Ciò che sul blog funziona come testimonianza diretta, sulla pagina di un libro rischia di diventare cronaca o ripetizione, se non viene rielaborato in una struttura narrativa consapevole.

In un libro il materiale proviene dalla stessa realtà, ma la realtà non è sempre una buona narratrice: va selezionata, riorganizzata, talvolta trasformata per risultare più chiara e significativa e creare un ritmo giusto. Non tutto ciò che è accaduto merita di essere raccontato, e qui entra in campo l'abilità della selezione.

 

Consigli pratici 

  • Il materiale di partenza (diari, appunti, post, articoli di blog) va selezionato e spesso riscritto. È fondamentale costruire una struttura narrativa che dia ritmo al racconto, anche a costo di rompere la cronologia degli eventi.
  • Il punto di vista deve essere chiaro e coerente: l’io narrante non è il centro della storia, ma il filtro attraverso cui il lettore osserva il mondo.
  • La prima decisione riguarda quindi la scelta tra prima e terza persona. La prima persona favorisce l’empatia e l’immedesimazione, filtrando la storia attraverso le emozioni del protagonista. La terza persona, invece, consente maggiore libertà di movimento tra luoghi e personaggi e offre uno sguardo più ampio sugli eventi.
  • I luoghi non vanno descritti in modo esaustivo, ma resi vivi attraverso scene, incontri, gesti e contraddizioni. Lo stesso vale per le persone. Evita di soffermarti sugli aspetti fisici: spesso sono meno rivelatori dei gesti, delle parole o dell’inflessione della voce. Descrivi solo ciò che serve a rendere viva la scena e a stimolare l’immaginazione del lettore.
  • Gli eventi devono susseguirsi senza accumulare tempi morti. Dare ritmo significa costruire una sequenza narrativa coerente non tanto con l’ordine cronologico, quanto con il clima emotivo che si vuole evocare.

 

Il tempo nella narrazione

Plasmare il tempo è uno degli strumenti più affascinanti della scrittura.

Mescolare l’ordine degli eventi o eliminarne alcuni non significa mentire, ma migliorare l’esperienza di lettura, senza tradire la verità emotiva di ciò che si vuole comunicare.

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Ricordati

  • Il viaggio non è la trama
    La trama è ciò che cambia: sguardo, certezze, modo di abitare il mondo.

  • L’io non è il centro
    L’io è un filtro, non un fine. Il lettore vuole vedere il mondo attraverso chi racconta, non solo chi racconta.

  • Serve un conflitto
    Il conflitto spinge dall’immobilità al movimento. Non è necessariamente dramma, ma un punto di rottura.

  • L’autenticità non basta
    La scrittura di getto è solo l’inizio; poi servono riscrittura e editing.

  • Serve una struttura solida
    Anche la libertà ha bisogno di forma. Senza struttura non c’è ritmo, e senza ritmo non c’è libro.

  • Articoli e pagine di diario possono essere un punto di partenza, ma non coincidono con il libro
    Serve un lavoro di selezione, riscrittura e costruzione narrativa.

 

Un buon libro di viaggio nasce dalla distanza. Scrivere a caldo serve a raccogliere materiale, ma la forma libro richiede tempo, sedimentazione e uno sguardo critico capace di trasformare l’esperienza personale in racconto universale.

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